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Descrizione
Il regno affonda tra obbedienza a Roma e fedeltà all'impero. Il testo ripercorre la transizione cruciale tra l'epoca di Don Pedro e Don Luigi de Toledo e il viceregno del Cardinale Pacheco, un periodo segnato da intrighi di corte, conflitti religiosi e minacce piratesche. La storia del Viceregno di Napoli, dopo il lunghissimo e autoritario governo di Pedro de Toledo, si apre con un paradosso narrativo: il contrasto tra un passato "crudele" e un presente apparentemente "docile", nei pochi mesi in cui lasciò il governo al figlio Luis, spogliatosi del dottorato per finire Viceré. Attraverso le cronache della «Vita» di Micco Spadaro e i documenti inediti della «Vida» del Castaldo, emerge così la figura di Don Pietro Pacecco. Nonostante l'etichetta di uomo di Chiesa, Pedro Pacheco non è un leader debole; è un cardinale filo-imperatore, forgiato dal rigore del Concilio di Trento e devoto alla causa di Carlo V. La sua è una "docilità" di facciata: dietro l'abito cardinalizio si nasconde un uomo d'austerità e polso fermo, capace di gestire tanto le dinamiche della fede quanto quelle del potere temporale. Il cuore del governo di Pacheco è segnato da uno degli episodi più drammatici della storia nobiliare napoletana: la caduta dei Principi di Salerno. Qui la narrazione si fa cupa. Pacheco viene descritto come un "inquisitore travestito da angelo" che orchestra, come il suo predecessore, insieme ad Ascanio Colonna, la fine di Ferrante Sanseverino. Il Principe di Salerno, accusato di doppio gioco con i Turchi e la Francia, finisce nel mirino della corona. Mentre la flotta del corsaro Dragut minaccia le coste di Ponza, a Napoli si consuma la tragedia privata: gli agguati al Principe e alla Principessa portano alla morte la moglie e alla fuga disperata di Ferrante verso la Francia e poi a Costantinopoli, alla corte dell'ex nemico Solimano il Magnifico. È un punto di rottura epocale: la nobiltà napoletana capisce che nessuno è al sicuro dal nuovo rigore inquisitorio. Con l'ascesa al soglio pontificio di Gian Pietro Carafa, il Regno di Napoli sprofonda in una fase di instabilità teologica e militare. La lotta alle eresie di Paolo IV diventa così anche l'ossessione del governo degli stati. La regola è "castità, obbedienza e povertà", ma applicata con il fuoco: i roghi per eretici e streghe si moltiplicano a Roma, e il Cardinale Pacheco si trova sfiancato dal dover gestire contemporaneamente la difesa militare del territorio e le tensioni religiose vaticane che bloccano la vita sociale e i rapporti con il Re. Finito il suo mandato, Pacheco lascia spazio al suo luogotenente, Bernardino de Mendoza. Il quadro si chiude con l'appendice di Marcello Squarcialupi, che ci ricorda come, mentre all'interno si consumavano processi e congiure, all'esterno il Mediterraneo bruciava. Le incursioni turche sull'Isola d'Elba tra il 1553 e il 1555 sono il costante rumore di fondo di un'epoca in cui Napoli cercava faticosamente di definire la propria identità tra l'obbedienza a Roma e la fedeltà all'Impero spagnolo.