Per gli acquisti online: spese di spedizione gratuite da 25€ - Per i soci Coop o con tessera fedeltà Librerie.coop gratuite a partire da 19€.
Polvere a Gaza. L'impossibile ricostruzione, tra macerie e futuro
€ 17,00
Dettagli
| FORMATO | Brossura |
| EDITORE | Donzelli |
| EAN | 9788855228879 |
| ANNO PUBBLICAZIONE | 2026 |
| CATEGORIA |
Architettura e urbanistica Attualità e politica Storia |
| COLLANA / SERIE | Saggine |
| LINGUA | ita |
Descrizione
«A Gaza non c'è una salvezza da organizzare, né un futuro da progettare. C'è una responsabilità condivisa: abitare le rovine senza voltarsi altrove, e riconoscere nella permanenza, nel restare, la prima forma dell'architettura. La polvere di Gaza è la materia da cui ricominciare». Questo libro nasce dalle macerie della Palestina contemporanea per interrogare il ruolo dello spazio di fronte alla catastrofe: davanti all'inabitabile, all'irreparabile, che risposte può dare l'architettura per non essere complice? A Gaza, i resti dell'ultima guerra sono diventati il nuovo suolo: la superficie su cui si dorme, si cucina, si seppelliscono i morti, si piantano semi nei frammenti dei cortili demoliti. Ogni mattone contiene il fantasma di una casa, di una vita, di un albero. Nel giorno dopo l'ultimo giorno, chi vive a Gaza respira questa polvere e sa che non esiste neutralità nel ricostruire. Liberarsi dalle macerie, come promettono i piani di ricostruzione, significa cancellare la storia precedente per poterne scrivere un'altra: è un gesto che riguarda insieme la memoria e il futuro. Ogni atto di costruzione è politico, può ripetere la logica dell'annichilimento, oppure restare con ciò che è stato spezzato, senza redimerlo, senza dimenticarlo. Può aiutare a praticare la permanenza: trasformare il rimanere stesso in un atto di resistenza. Tomà Berlanda e Camillo Boano, che a lungo hanno lavorato in contesti di conflitto, in Medio Oriente e altrove, rifiutano l'idea di ogni ricostruzione concepita entro un quadro di oppressione coloniale e negazione dell'autodeterminazione: progetti che promettono salvezza, ordine e controllo attraverso immaginari pacificanti, ma fondati su decisioni esterne, che spesso reiterano la stessa logica che ha prodotto la distruzione. Partire dalle macerie vuol dire, al contrario, rivendicare un diritto alla memoria, al territorio, alla narrazione: ricostruire a partire da ciò che resta, senza dimenticare quello che nasconde e seppellisce. Fare i conti con la polvere, perché la ricostruzione, anziché essere il «dopo» di un genocidio, non ne diventi il proseguimento con altri mezzi.