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Aspenia 3/2026 - Cosa ci resta del mondo globale - Librerie.coop

Aspenia 3/2026 - Cosa ci resta del mondo globale

di
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€ 8,49
Dettagli
FORMATO pdf
EDITORE IlSole24Ore Publishing and Digital
EAN 9791254839805
ANNO PUBBLICAZIONE 2026
CATEGORIA Economia, finanza e marketing
LINGUA ita
Dispositivi supportati
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Descrizione

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Aspenia, la rivista trimestrale di Aspen Institute Italia diretta da Marta Dassù, è in uscita ad ottobre con il numero "Cosa ci resta del mondo globale”. Tra gli autori, Yascha Mounk e Ivan Krastev, Edward Fishman, Emilio Rossi e Deirdre Ernest, Michael Pettis, Giorgio Sacerdoti, Erik Jones, Carlo Jean, Maurizio Sgroi, Edoardo Campanella, Jeffry Frieden, Zongyuan Zoe Liu, Massimo Deandreis e Alessandro Panaro, Andrew Scott Cooper, Coby van der Linde, Francesco Munari, Angelo Richiello, Ian Lesser, Andrea Brugora, Tobias Gehrke e Nina Schmelzer.
La globalizzazione è stata più un processo che un sistema statico e compiuto. Per dirla con Giulio Tremonti, quella dei mercati piatti è un’ideologia destinata al fallimento in un’epoca di forti tensioni fra potenze. Come emerge dalla conversazione tra Yascha Mounk e Ivan Krastev nel nuovo numero di Aspenia, la vecchia globalizzazione era un prodotto della Pax americana che per varie ragioni non esiste più. Un profondo mutamento del ruolo americano nel mondo produce uno scossone sull’intero edificio globale, con effetti a catena quando altre potenze cercano di approfittare delle opportunità e di tutelarsi dalle influenze negative.
Cresce una dinamica di azioni-reazioni che può sfuggire di mano, trasformando il sogno ormai illusorio dei mercati aperti come motore di sviluppo, oltre che di crescita, in un incubo instabile e conflittuale che può diventare una guerra vera e propria, o più probabilmente sfociare in una sequenza di conflitti locali senza un vero esito risolutivo.
La previsione di Aspenia è che resteremo a lungo in un “non-ordine”: ossia in un sistema multipolare competitivo, segnato da un’assenza di regole condivise adatte all’età che viviamo, dallo svuotamento delle vecchie istituzioni internazionali e da quello che potremmo definire effetto chokepoint, descritto in dettaglio dalla “mappa mobile” di Edward Fishman. Diventa decisivo il controllo di snodi fisici nonché degli snodi produttivi, di componenti essenziali delle catene del valore.
L’America ha da tempo costruito l’apparato della moderna economic warfare per gestire il problema intrattabile dell’Iran, e finendo poi per applicare meccanismi simili alla Russia e in qualche misura alla Cina. Hormuz è la strettoia dove la fine della globalizzazione rimane incastrata nella realtà dell’interdipendenza.
L’Europa nel suo insieme dovrà uscire da una falsa dicotomia tra proiezione baltica e vocazione meridionale. È giustissimo che i paesi mediterranei comprendano la questione russa o gli sviluppi nell’Artico: al tempo stesso devono capire come i vecchi fronti orientale e meridionale dell’Europa si siano saldati nel Mar Nero. Anche questo vuol dire ragionare su cosa resta della globalizzazione.