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Ma che caldo fa! Come i romani cercavano (e cercano) il fresco
€ 11,90
Dettagli
| FORMATO | Brossura |
| EDITORE | Olmata |
| EAN | 9791282312066 |
| ANNO PUBBLICAZIONE | 2026 |
| CATEGORIA |
Architettura e urbanistica Storia |
| COLLANA / SERIE | Romae |
| LINGUA | ita |
Descrizione
«Bisogna provvedere che il luogo non soffra da mezzogiorno», scriveva Vitruvio nel De architectura in merito alla costruzione dei teatri. Dalla comodità degli spettatori - o quantomeno non scomodità - dipendeva in parte anche il successo dello spettacolo, quale che fosse. Attenzione al sole cocente, dunque, e al caldo che strema. Per controllare l'afa, i romani si affidavano all'ingegneria: il velarium, copertura per anfiteatri e teatri, era uno degli strumenti utilizzati per difendere gli spettatori dalla canicola. Il problema del caldo a Roma era - ed è - molto sentito. Anticamente si ricorreva a coperture, appunto, e fondamentale era anche la scelta dell'orario. Alcuni degli appuntamenti più attesi dai romani si tenevano solo al mattino e non si spingevano mai oltre mezzogiorno. Nei secoli, poi, sono state adottate tante altre misure, dal ventaglio al parasole, dai barconi lungo il Tevere, dove i romani andavano ad abbronzarsi e soprattutto a farsi vedere, fino a nasoni, gelati, grattachecca e molto altro per trovare delle "pause" rinfrescanti. Poi, il rito del riposo nelle ore più calde, sorta di "siesta" ante litteram, e tanto ancora, tra soluzioni di ieri e rimedi di oggi. Il primo studio sui modi utilizzati dai romani per difendersi dall'afa e godersi comunque la città.