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Descrizione
I documenti d'archivio e i mandati camerali citati nel presente volume sono stati condotti sui testi originali della Cancelleria Pontificia e della Sommaria Aragonese, ovvero studiati attraverso i regesti e i taccuini di trascrizione della storiografia ottocentesca e novecentesca superstiti ai roghi bellici del 1943. Pertanto, a causa delle note lacune documentarie storiche, l'opera può presentare integrazioni, lezioni congetturali e ricostruzioni critiche, condotte secondo i più rigorosi metodi della filologia e dell'esegesi storica, perché volte a restituire l'organicità del tessuto narrativo e amministrativo dell'epoca. Un reame senza re e una città di confine Il 1435 si apre con una notizia che sconvolge il Sud Italia: la regina Giovanna II d'Angiò sta morendo a Napoli. Si spegne il 2 febbraio, all'ora di terza. Non ha eredi diretti e l'apertura del suo testamento scatena subito una guerra civile. Da una parte c'è il principe francese Renato d'Angiò, scelto dalla regina e appoggiato dal Papa; dall'altra c'è Alfonso d'Aragona, che rivendica il trono forte di un vecchio accordo. In questa tempesta, la città di Benevento - territorio della Chiesa nel cuore del Sannio - si ritrova improvvisamente in prima linea. Anche se papa Eugenio IV è in esilio a Firenze, la macchina burocratica vaticana capisce che perdere Benevento significa perdere il controllo sulle strade che collegano l'Abruzzo, la Puglia e la Campania. La città viene blindata e posta in stato di massima allerta. Gli Aragonesi cercano di affamare il nemico Nelle guerre del Quattrocento, il cibo conta più delle spade. Napoli dipende per il pane dal grano che arriva dalla Puglia, e questo grano viene macinato proprio nei mulini ad acqua lungo i fiumi Sabato e Calore, sotto le mura di Benevento. Il capitano spagnolo Pedro Vélez de Guevara, barricato nel vicino castello di Apice per conto degli Aragonesi, capisce il punto debole del nemico. I suoi cavalieri bloccano i valichi di montagna e incendiano i campi prima del raccolto. Distruggono i mulini per togliere la farina a Benevento e, di riflesso, affamare la stessa Napoli. Il Rettore di Benevento, Guglielmo de Baleato, risponde con una rigida economia di guerra. Vieta l'esportazione di grano e cibo fuori dalle mura e obbliga i capifamiglia a denunciare le proprie scorte per il razionamento. Fuori dalle porte la paura del saccheggio è così alta che molti piccoli proprietari terrieri svendono in fretta vigne e poderi per convertirli in monete d'oro, molto più facili da nascondere o trasportare. Tasse forzose a difesa degli ammalati Mantenere i mercenari e i balestrieri tedeschi nella Rocca dei Rettori costa cifre enormi. Poiché l'oro inviato dai banchieri Medici da Firenze non riesce a passare a causa dei blocchi stradali, il Papa e il Rettore ricorrono a misure disperate. Il 20 febbraio l'Abate del ricco monastero di Santa Sofia viene costretto a cedere alla Curia trenta once d'argento in carlini per pagare i soldati. A dicembre, con la città isolata dalla neve, il Papa ordina il sequestro straordinario di tutte le rendite e le decime dei canonici della Cattedrale. Persino ad Apice la popolazione si autotassa per fondere una campana d'allarme, datata 1435, per avvisare i contadini dell'arrivo degli invasori. La guerra, però, non porta solo soldati ma anche feriti e profughi dalle campagne. Gli ospedali di Benevento sono al collasso. Per evitare che i mercenari sequestrino le strutture, Eugenio IV emana da Firenze una bolla speciale che pone l'Ospedale di San Diodato sotto la diretta protezione papale, minacciando di scomunica chiunque osi consumare i beni dei malati o rubare i loro letti. La propaganda dei dotti e il diario del popolo La forza del libro sta nel mettere a confronto i diversi modi in cui questa guerra è stata raccontata nel 1435. Le lettere del Papa, piene di sdegno religioso, dove gli Aragonesi vengo...